OMELIA
15/2/2026
VI Domenica del Tempo Ordinario. S. Messa delle ore 10.30 dall’Ospedale Monaldi di Napoli, chiesa del Crocifisso, in diretta su Radio Maria
È dalla prima domenica di febbraio che attraverso la liturgia e attraverso soprattutto il vangelo della liturgia della parola della domenica, che ci troviamo sul monte con Gesù. Il capitolo 5 di San Matteo ci fa stare sul monte con Gesù, cioè in quel luogo dove il Signore fa un discorso molto bello, dà degli insegnamenti molto importanti, i più cristiani insegnamenti che ci esistano. Essi si trovano tutti nel famoso discorso della montagna.
Se ricordate, abbiamo iniziato il mese di febbraio 2026, con la prima domenica, ascoltando le Beatitudini e domenica scorsa l’insegnamento del Signore sull’essere sale della terra e luce del mondo. Questo discorso e questo Suo insegnamento continua ancora oggi per noi ovviamente: non è un discorso solo per quelli che hanno ascoltato allora, ma soprattutto per noi che ascoltiamo oggi. E questo insegnamento di Gesù, in questa VI domenica del Tempo Ordinario, si concentra ora sul Decalogo, sulla parola di Dio Eterna, sui Comandamenti, sulla Torah di Israele.
Perché? Perché in quella folla lì sulla montagna c’erano anche farisei e scribi: erano gli esperti della Torah, erano gli esperti della Legge del Signore, erano gli esperti della Parola di Dio. E il Signore sta parlando a tutti, anche a loro, ma anche agli altri che non sono farisei e scribi, ma corrono il rischio di diventarlo. Quindi parla anche a noi che possiamo correre questo rischio del fariseismo.
Il rischio del fariseismo, come sappiamo, riguarda un’osservanza soltanto esteriore della Parola di Dio. Sembra quasi che, abbracciando il fariseismo, Dio ci abbia dato una Parola, abbia dato la sua Legge sin dall’antichità, perché poi noi possiamo vantarci di essa quasi in una gara a chi è più giusto e a chi è più santo. I farisei erano giunti a questo: erano in una perenne gara a chi osservava meglio la Parola di Dio e la interpretava, ma non per una questione di santità, quanto piuttosto per una questione di esteriorità, volendo apparire giusti davanti agli uomini.
È qui che il Signore Gesù ci insegna ad andare più in profondità, quando abbiamo la Parola tra le mani. Noi tutti, infatti, possiamo avere la Parola di Dio tra le mani: tutti abbiamo ricevuto i Comandamenti di Israele sin da quando eravamo bambini, sin da quando eravamo piccoli, quando ci hanno insegnato, durante il Catechismo, a ricordare i dieci Comandamenti di Dio, memorizzandoli e studiandoli. Di questi Comandamenti, oggi, cosa vogliamo farne? Cosa ne abbiamo fatto? Vogliamo usarli semplicemente come un codice etico, oppure vogliamo ricordarci che in quelle norme c’è un rapporto, una relazione, che Dio vuole stabilire con noi? Sì, in quelle Dieci Parole c’è una paternità di Dio che si esprime.
Dio è Padre! Gesù vuole mostrare al mondo anzitutto questo, che Dio è Padre, e come tale è attento ai suoi figli. Quale papà, quale mamma vuole che un figlio si faccia male? Nessuno, è evidente! Sarebbe un padre o una madre snaturata, insano di mente colui che vorrebbe il male dei figli. Figuriamoci Dio! Dio vuole che tu, io, noi tutti che siamo suoi figli non ci facciamo male, non cadiamo nel male, non andiamo a male come gli alimenti che scadono, e non diventiamo malevoli.
Ecco il perché della sua Parola e dei suoi Comandamenti. Ma c’è sempre questo rischio del fariseismo dietro l’angolo, cioè il rischio di abituarsi ad osservare la Legge di Dio, per verificare se agli occhi di qualcuno abbia acquistato punti o meriti: non rubo, non uccido nessuno e quindi mi sento giusto. Gesù invece vuole che tutti impariamo a fare un salto dentro di noi, nel profondo del nostro cuore e questo salto ce lo fa fare proprio con i suoi insegnamenti perché dobbiamo sempre di più essere vigilanti su noi stessi. Lui dice: “non basta solo che vi sentiate bravi perché non avete ucciso, ma io vi dico…; non basta che vi sentiate giusti perché non commettete adulterio, ma io vi dico; e non basta che non giurate il falso, ma io vi dico…”
Questo suo “ma io vi dico” ha sconvolto gli ebrei del tempo, perché con un’autorità nuova e santa Gesù, metteva in discussione tutto. Era Dio che stava parlando in quel momento. Era Dio stesso che stava approfondendo l’argomento dei Comandamenti. Dio, in Gesù, spiegava ad Israele cosa ha veramente sempre detto. Ricordo una meditazione che fece Papa Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth, quando parlando di questo passo diceva che si era confrontato con un ebreo, un rabbino morto non molto tempo fa, Jacob Neusner, che aveva scritto un testo dal titolo molto significativo, Un rabbino parla con Gesù. In questo testo, Neusner sembrava dire: “Caro Gesù, tu mi sconvolgi proprio perché dici, ma io vi dico. Tu mi sconvolgi perché parli non alla maniera di Dio, ma da Dio”. E mentre Jacob Neusner nella sua onestà intellettuale diceva che come ebreo avrebbe continuato a seguire l’Israele eterno, pur rimanendo esterrefatto davanti all’autorità santa di Gesù, invece Papa Benedetto ammirava questo confronto facendo riflettere noi cristiani, perché abbiamo Dio che ci parla in Gesù e non ce ne accorgiamo, Dio che offre la Legge rinnovata, la legge in maniera più profonda e non ce ne accorgiamo. Dio ci catechizza in Cristo e diamo tutto per scontato.
E sembra ricordarci Gesù: “Ecco, io ti dico che non basta sentirti giusto perché non hai ucciso nessuno; occorre piuttosto che tu impari a vigilare sul tuo cuore, perché anche se ti adiri, se ti arrabbi, se ti sdegni con tuo fratello, stai commettendo un omicidio. Non basta che ti senti giusto perché non sei adultero e quindi non vai con altre donne che non siano tua moglie, ma se il tuo cuore già vive la perversione, già vive l’impurità, il desiderio osceno, tu già sei un adultero. Allora impara ad entrare dentro di te”. È molto bello che la liturgia ci offre questo esame di coscienza sui Comandamenti, per bocca di Gesù, alla vigila della Quaresima che inizia con il prossimo Mercoledì delle Ceneri. Cos’è la Quaresima se non un tempo di ritorno al cuore – ritorno nel nostro cuore e nel cuore di Dio -, un tempo in cui impariamo e rimpariamo a vigilare su noi stessi.
E Gesù vuole questo, che noi impariamo a vigilare su noi stessi. Mai pensare di essere giusti, altrimenti cadremo nel fariseismo. Piuttosto analizziamo bene il cuore e vedremo che abbiamo bisogno ancora di conversione.
Ecco, questo sembra il messaggio che ci arriva dal Vangelo di oggi, un messaggio molto profondo, un messaggio che ci dice chi è Gesù: è Dio, il figlio di Dio, venuto a fare nuove tutte le cose; è colui che è venuto a parlare come un nuovo Mosè, creando davanti a sé il nuovo Israele, che è il popolo di Dio. Egli e ci spiega anche il nostro rapporto con la Parola eterna, con la Parola di Dio: non un rapporto bigotto, superficiale, legalista, ma un rapporto profondo, perché Dio vuole entrare profondamente dentro di noi. Dio vuole scendere profondamente nel nostro cuore con la luce del suo Santo Spirito. Allora dobbiamo ringraziare Dio di questi insegnamenti di Gesù. Dobbiamo ringraziare il Signore e la sua provvidenza. Qualcuno potrebbe pensare che gli approfondimenti di Gesù siano altri pesi sulle spalle. Non è così. Il Signore ci vuole realmente guariti, realmente sanati. Siamo in un ospedale e chi ha fatto l’esperienza dell’ospedalizzazione lo sa molto bene, bisogna sottoporsi a degli interventi chirurgici per togliere dei mali e bisogna entrare in profondità per estirpare un cancro. E’ quello che fa Gesù con la Sua parola: entra profondamente e con la forza della sua autorità santa fa quasi un’incisione dentro di noi, quasi un intervento chirurgico, non per ferirci, ma per sanarci, per guarirci, per togliere tutti quei cancri spirituali che riguardano la nostra anima e la nostra vita.
Ecco, il mondo molte volte pensa di essere nel giusto: le ideologie gareggiano a chi ha la verità e a fare proseliti. La Parola di Dio viene come una luce e viene a ricordarci che in realtà dobbiamo ancora scavare, dobbiamo ancora operare, dobbiamo ancora convertirci. Il mondo ha bisogno ancora di convertirsi.
Stiamo trasmettendo da un ospedale, dall’ospedale Monaldi di Napoli. In questi giorni questo ospedale è andato all’onore della cronaca nazionale per un caso riguardante un bambino malato.
Noi siamo in collegamento su Radio Maria: quante persone stanno ad ascoltare e quante persone offrono anche la propria preghiera e la propria sofferenza per il bene del mondo e dell’umanità. Allora questa messa in collegamento radiofonico, proprio da questo luogo dove si trepida anche per la salute di questo bambino e di altri bambini ancora, è un appello ancora di più alla preghiera. Alla preghiera e all’offerta delle proprie sofferenze per tutti coloro che sono ricoverati.
Non c’è solo questo bambino, ce ne sono tanti altri, che come lui attendono un trapianto di cuore, e non solo qui a Napoli ma anche in tutta Italia, in tutto il mondo. Quanto dobbiamo ancora pregare, quanto ancora dobbiamo intercedere affinché questi bambini sentano la carità dei cristiani, la nostra carità e l’amore di Dio che li raggiunge. Chiediamo al Signore proprio questo: che venga a sanare i cuori lacerati, anche dall’incuria degli uomini.
Chiediamo al Signore di guarire i malati e di rimediare agli errori umani. Il Signore venga a mettere le sue mani, venga a illuminare tutti i medici e i chirurghi, con la sapienza che dà lo Spirito Santo. Siamo nella terra di San Giuseppe Moscati, un medico santo, il medico santo napoletano. Medici, infermieri, chirurghi, sono chiamati proprio ad ispirarsi a questi modelli di santità. I santi erano uomini e donne che pensavano che la propria sapienza e la propria scienza era anzitutto un dono di Dio. Che le mani di chi cura siano mani benedette anzitutto dalla grazia dello Spirito Santo.
Sia lodato Gesù Cristo.
Padre Alfredo M. Tortorella, m.i.
