Disabilità e monachesimo

“Perché in essi si accoglie Cristo” (cfr. ad esempio RB 53). La nota espressione della Regola di s. Benedetto contiene ed esprime tutta la sapienza e lo stile evangelico della cura e della promozione della persona umana che vive una malattia e che informa tutto il monachesimo. La RB è infatti nota ai più, e per questo ha attraversato indenne i secoli senza perdere la sua vitalità, per essere un codice normativo e una sintesi del carisma spirituale cosi com’è stato inteso dal santo di Norcia. Equilibrio e ascesi, rigore e comprensione delle fragilità dei fratelli, invito agli stessi a non pretendere più di quanto viene loro offerto in termini di cura e custodia non cedendo alla logica del faraone. Vale a dire: non approfittare del proprio limite per non considerare le persone attorno a se.

L’inclusione nei monasteri delle persone con disabilità, dunque, se da un lato vive le sue fatiche, dall’altro ha anticipato già nei secoli precedenti e in società ben diverse dalla nostra la convinzione secondo cui la persona con disabilità non sia da ridurre al proprio limite.  D’altronde la missione dei monasteri è sempre stata quella di bonificare il clima delle nostre società che non è cristiano e nemmeno umano, così come ebbe a dire Benedetto XVI.

Diverse sono le testimonianze in tal senso. Testimonianze di vite segnate dal limite ma che hanno trovato nel monachesimo il luogo di fioritura dell’umano. Ne è un esempio la figura di Ermanno il Contratto, monaco benedettino tedesco vissuto nell’anno 1000 in Germania e affetto da una grave disabilità fisica, probabilmente una forma di SLA, che nonostante il proprio limite ha sviluppato molteplici talenti: storico, musicista, poeta, astronomo. Sono dimensioni che nel vortice di un apparente non senso che scaturisce dalla sua malattia hanno permesso ad Ermanno di Rachenau di sentirsi vivo, di vivere una vita pienamente umana. In questo senso il cammino di umanizzazione e di accoglienza delle vocazioni alla vita monastica di persone con disabilità è andato avanti superando timori e umane e comprensibili resistenze. Ne costituiscono una testimonianza autentica le storie di due congregazioni monastiche francesi: le ‘Piccole Suore Discepole dell’Agnello’ costituita da monache senza alcuna disabilità e monache con trisomia 21 e la congregazione benedettina maschile ‘Notre Dame d’Ésperance” che accoglie monaci con disabilità psichica.

Queste esperienze insegnano che le fragilità, il limite fisico o psichico è sì reale ma non è tanto invalidante quanto la chiusura e il pregiudizio vissuti da parte di chi non vive una disabilità in prima persona. Queste storie ci insegnano che le persone con disabilità non sono ‘casi da gestire’ ma soggetti con anima, mente e corpo che non tollerano essere considerati come ‘malati che tentano nonostante tutto di essere monaci’. I monaci e le monache sono tali prima ancora di essere malati. Nulla è più deprimente dell’identificazione della persona con la propria disabilità. La vita monastica insegna che a nessuno può essere precluso il Regno di Dio anticipato qui nella forma evangelica della vita comune, del celibato e della povertà che in questo caso è significata dall’abitazione di un corpo della cui salute e forza non sempre è possibile disporre.

L’inevitabile diversità di tempi e di modalità di conduzione della vita monastica non inficia sulla qualità della stessa ma anzi ne rivela tutta la sua autenticità e verità.

Infatti, pazienza e gioia, onnipotenza nell’amore, fragilità come luogo di incontro con Dio sono i punti di riferimento di questa esperienza che trova nella profezia del Vangelo la sua scaturigine.

Il cammino da compiere è evidentemente ancora lungo, la conversione perché le Chiese diventino per ‘tutti, tutti, tutti’, come ci ricordava Papa Francesco, è ancora in atto. Alle comunità monastiche, a tutti noi il compito di risignificare la presenza di Cristo nella persona ammalata in quanto persona, non raggiunta dal privilegio del dolore ma da un’umanissima ferita che se illuminata dalla luce pasquale non può che fiorire e diventare vita per altri, anche e proprio nel chiostro.


Simone Stifani

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